Negli ultimi anni, la sensazione di isolamento ha assunto i contorni di una vera e propria emergenza silenziosa. Le restrizioni e le abitudini nate nel periodo post-pandemico hanno accelerato un processo di digitalizzazione delle relazioni che, se da un lato effettivamente accorcia le distanze virtuali, dall'altro accentua il vuoto del contatto reale e coinvolgente.
Molti giovani adulti sperimentano purtroppo una profonda solitudine, che allontana dalla relazione e dal legame di appartenenza e non permette, spesso, di assecondare l’altro lato della medaglia dell’essere “da soli”: la dimensione di introspezione. Non vorrei qui approfondire quest’ultimo aspetto, per quanto non escluderei di tornarci sopra in altra sede.
La solitudine di cui oggi vorrei scrivere riguarda quella che fa sentire infinitamente soli e privi di risorse; i rimedi a ciò, per quella che è la mia esperienza professionale, si trovano nella riscoperta del territorio e dei legami di prossimità. Sto narrandovi di fare rete nel proprio quartiere, iscriversi a un'associazione locale, partecipare a occasioni di incontro e scambio. Tutte queste azioni non sono solo un impegno civile, ma in molti casi si rivelano essere una necessità psicologica per tornare a respirare.
LA TRAPPOLA DELL'ISOLAMENTO: LA POSIZIONE ESISTENZIALE "IO NON SONO OK, IL MONDO NON È OK"
Quando ci si ritira a lungo dal tessuto sociale, la mente tende a sviluppare filtri cognitivi negativi e perciò la persona scivola in quella che possiamo chiamare la posizione esistenziale Io NON sono OK, il Mondo NON è OK. In questo stato mentale, utilizzando i termini dell’approccio che utilizzo principalmente nel mio lavoro, la persona sperimenta una bassa autostima interna e, contemporaneamente, percepisce l'ambiente esterno come ostile, indifferente o minaccioso.
Indossando queste lenti di lettura del mondo, la persona trova nell'isolamento la soluzione per proteggersi dalle sfide e dai possibili pericoli che vengono attesi nel coinvolgersi direttamente con le relazioni e le occasioni sociali. Chiudersi in se stessi è la scelta più saggia, davanti ad un mondo che fa paura, ma diventa anche un’arma a doppio taglio: è la conferma all’idea che non vi sia posto per quella persona nel mondo, perché impacciata, perché insicura, perché non ha mai fatto esperienza positiva di sé nel mondo.
STRUTTURARE IL TEMPO PER RITROVARE UN SENSO DI APPARTENENZA
Per uscire da questo circolo chiuso e mortifico, l'essere umano deve soddisfare un bisogno biologico ed emotivo fondamentale: la strutturazione del tempo. Berne, il fondatore dell'Analisi Transazionale, sosteneva che il bisogno di avere una struttura ci spinge a cercare modi significativi per riempire le nostre giornate insieme agli altri, andando a costruire relazioni dentro alle quali sapere come muoversi e confermarsi in quanto persone – non sempre, purtroppo, partendo da una visione di sé come OK, ma non temete che su questo ci si può lavorare in terapia.
Seguendo questo pensiero e ampliandolo, possiamo serenamente considerare che partecipare attivamente alla vita di una comunità permette di superare i modi più sterili di passare il tempo (come l'isolamento o i rituali superficiali dei social), accedendo così ad esperienze condivise e momenti di autentica intimità. Diventare parte attiva di un gruppo aiuta a trovare un senso di appartenenza che restituisce una direzione chiara – una struttura, appunto – alla propria persona.
LO SCAMBIO DI CAREZZE POSITIVE: COSTRUIRE UNA RETE DI FIDUCIA
Il vero motore del benessere all'interno di una comunità è lo scambio di stimoli e riconoscimenti, che in AT chiamiamo carezze. Cooperare per un obiettivo comune permette di ricevere e offrire carezze positive autentiche: un sorriso, un ringraziamento per un lavoro svolto insieme, la condivisione di una fatica, vedere realizzati progetti per i quali si è speso tempo ed impegno. Questo flusso di riconoscimenti reali scardina la percezione di inutilità (il non-OK-ismo) e permette di creare una rete sociale stabile e coinvolta, basando le relazioni che la compongono sulla fiducia reciproca e sulla cooperazione.
Certamente non è mia intenzione nascondere e rendere invisibile la fatica e gli sforzi che la persona, volente o nolente, ha da mettere in campo per andare in questa direzione; essendo io stessa coinvolta in diverse realtà associative, come libera cittadina – e aggiungerei anche proprio in quanto cittadina – conosco bene le difficoltà che l’individuo si ritrova ad affrontare nell’approcciarsi al mondo comunitario o associazionistico: legami d’amicizia che vanno coltivati e curati, tempo e spazio della propria settimana che vola via, frustrazioni e arrabbiature con persone e con enti, stanchezza e, talvolta, noia. Tuttavia, da professionista che studia e lavora anche nell’ambito della costruzione di senso di comunità e di cittadinanza, vorrei sottolineare quanta di quella fatica ho visto fare a molti dei miei clienti, per poi veder splendere la loro soddisfazione nel ritrovare un senso condiviso di appartenenza ad una comunità nella quale vivono una rete di fiducia.
Bibliografia:
- Woolams, S., Brown, M. (2003). Analisi transazionale. Psicoterapia della persona e delle relazioni. Cittadella editrice.
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