Solitudine e sensazione di abbandono: perché rimaniamo da soli

Pubblicato il 29 settembre 2026 alle ore 10:57

Ci sono persone che dicono di sentirsi sole e, nello stesso tempo, fanno una quantità sorprendente di cose per non incontrare davvero nessuno: non rispondono ai messaggi, rimandano quell'aperitivo, pensano che tanto gli altri non siano davvero interessati, aspettano che sia sempre qualcun altro a fare il primo passo. Quando qualcuno si avvicina, magari si insospettiscono: vedrai che prima o poi si stancherà anche lui. E così, lentamente, la profezia si realizza.

Non perché queste persone vogliano stare sole. Al contrario: spesso desiderano profondamente sentirsi cercate, riconosciute, importanti per qualcuno. Il problema è che, qualche volta, abbiamo imparato a proteggerci dalla delusione in un modo che finisce per proteggerci anche dalla possibilità di stare bene. Nel mio precedente articolo sul senso di comunità ho scritto della solitudine come esperienza che può essere contrastata nutrendo e costruendo legami, partecipazione e appartenenza. Oggi vorrei fare un passo più vicino alla persona e alle sue relazioni: che cosa succede quando non è soltanto il mondo esterno a sembrarci distante, ma siamo noi stessi, senza rendercene conto, a contribuire a mantenere quella distanza?

LA SOLITUDINE PUÒ DIVENTARE UN'ABITUDINE

Quando parliamo di solitudine, immaginiamo facilmente qualcuno che è stato lasciato solo, ed è certamente così, in molti casi. A volte, però, la solitudine non nasce da un abbandono reale e attuale: nasce piuttosto da una sensazione di abbandono che si è sedimentata nel tempo e che spinge la persona a determinate convinzioni: Non posso contare davvero sugli altri, Se mi affeziono, prima o poi soffrirò, Se mostro di aver bisogno, diventerò vulnerabile e soffrirò.

Queste idee a volte diventano una specie di pilota automatico: molto efficiente certamente, perché non perde tempo a chiederci se quello che sta facendo ci piaccia veramente o se desideriamo altre cose.

Così possiamo continuare a mettere in atto modalità relazionali che conosciamo benissimo, anche quando ci fanno stare male. Evitare situazioni sociali, lamentarci senza chiedere davvero ciò di cui abbiamo bisogno, aspettare che l'altro ci dimostri continuamente di tenerci, mettere alla prova le persone, allontanarci prima di poter essere lasciati.

Il risultato può essere paradossale: cerchiamo conferme di non essere soli proprio attraverso comportamenti che rendono più difficile costruire vicinanza. Non lo facciamo necessariamente in modo consapevole, né lo facciamo perché “ce la siamo cercata”. Lo facciamo perché, a un certo punto della nostra storia, quella modalità ha avuto una funzione.

I “GIOCHI” E LA SOLITUDINE: QUANDO RIPETIAMO SEMPRE LA STESSA PARTITA

Ho già utilizzato in altre situazioni il concetto di giochi psicologici per descrivere alcune dinamiche relazionali che ognuno di noi vive; essi sono sequenze relazionali ripetitive, spesso inconsapevoli, che portano a un esito prevedibile - nel senso di conosciuto. Non è sempre così chiaro cosa succede, nel momento in cui un gioco viene messo in atto, ma con un po' di consapevolezza (ed analisi su di sé) è possibile accorgersi molto chiaramente di quello che succede e ci si può quindi attendere un determinato risultato.

La cosa interessante è proprio che il gioco si ripete.

Cambiano le persone, cambiano le circostanze, cambiano le città, le relazioni e persino le età. Eppure, alla fine, ci ritroviamo spesso davanti allo stesso schema. Così, vediamo delle conferme di ciò che già pensiamo di noi, degli altri, nel mondo: non posso fidarmi di nessuno, alla fine gli altri mi deludono sempre, sono sempre io quella che dà e non riceve, nessuno mi cerca davvero.

Il punto non è stabilire chi abbia torto o ragione. Il punto è osservare la sequenza.

  • Che cosa faccio io quando temo di essere abbandonata?
  • Che cosa fa l'altra persona in risposta?
  • Come reagisco a quello che fa?
  • E come finisce, quasi sempre, la storia?

Queste domande possono essere molto più utili del semplice Perché mi succede sempre? Forse non ci troviamo soltanto davanti a qualcosa che ci succede. Forse c'è anche qualcosa che, senza volerlo, contribuiamo a costruire e a ripetere. È proprio qui che il discorso diventa corposo, e scomodo.

PERCHÉ CONTINUIAMO A FARE CIÒ CHE CI FA STARE MALE?

Questa è forse la domanda più difficile da considerare. Se una modalità relazionale ci fa soffrire, perché non la cambiamo semplicemente e smettiamo di sentirci così soli ed abbandonati? Perché sapere che qualcosa ci fa male non significa automaticamente sapere come fare diversamente.

Possiamo essere perfettamente consapevoli del fatto che ci isoliamo troppo, che non chiediamo mai aiuto, che ci aspettiamo sempre il rifiuto o che tendiamo ad allontanare le persone. Eppure, possiamo continuare a comportarci nello stesso identico modo, perché è più facile - perché fa parte del nostro pilota automatico. E anche perché conosciamo benissimo cosa aspettarci da quelle sequenze.

Ciò che conosciamo, anche quando è doloroso, può risultare più rassicurante di ciò che ancora è sconosciuto. È un po' come percorrere sempre la stessa strada piena di buche: sappiamo dove sono, le conosciamo, sappiamo perfino dove frenare. La strada alternativa potrebbe essere molto più piacevole, ma non sappiamo ancora dove porti.

INCONTRARE LA PAURA E CREARE UN CAMBIAMENTO

Uscire da modalità relazionali consolidate richiede tempo, ma soprattutto richiede di tollerare una certa quantità di incertezza.

Se sono abituata a ritirarmi quando ho paura di essere rifiutata, provare a rimanere nella relazione sarà inizialmente faticoso. Se sono abituato ad aspettare che siano gli altri a cercarmi, iniziare io una conversazione potrebbe sembrarmi quasi un'impresa. Se penso che le altre persone prima o poi mi deluderanno, fidarmi gradualmente di qualcuno significherà anche accettare che non posso avere garanzie assolute e che potrei correre dei rischi. 

Il cambiamento, quindi, non consiste necessariamente nel diventare improvvisamente persone socievoli, fiduciose e sempre disponibili. Può cominciare da qualcosa di molto più piccolo: fare una cosa diversa da quella che facciamo abitualmente. Ciò non significa smettere di avere paura dell'abbandono, anzi. Come accennavo prima, non è che basti essere consapevole di qualcosa per effettuare un cambiamento totale; né basta fare un'azione diversa per sentirsi improvvisamente più liberi o sereni, o meno soli. 

Scegliere di cambiare anche solo una piccola abitudine, nella propria solitudine, significa imparare, poco alla volta, a non lasciare che la paura di essere abbandonati decida sempre al posto nostro. Il contrario della solitudine non è semplicemente avere qualcuno accanto.

È poter sentire che possiamo stare in relazione senza doverci continuamente difendere dalla relazione stessa.

E questa è una possibilità che, anche se sembra molto lontana, può essere costruita.


Bibliografia:

  • Berne, E. (2002). A che gioco giochiamo. Bompiani editore.


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