Ci sono giorni in cui ci guardiamo e ci sentiamo bene. Altri in cui lo stesso viso, lo stesso corpo, gli stessi dettagli sembrano improvvisamente sbagliati. Basta una foto, un commento, un confronto con qualcuno o uno sguardo allo specchio per sentirsi belli oppure, al contrario, per iniziare a vedere soltanto ciò che non ci piace. Ma che cosa determina davvero il modo in cui percepiamo il nostro aspetto?
La bellezza non è soltanto una questione di caratteristiche fisiche. Il modo in cui ci vediamo è influenzato dalle nostre emozioni, dalle esperienze che abbiamo vissuto, dallo sguardo degli altri – che spesso ci plasma più di quanto crediamo – e dalle immagini di bellezza con cui ci confrontiamo ogni giorno. Per questo, a volte, lo specchio non restituisce semplicemente un'immagine: può diventare il luogo in cui incontriamo le nostre insicurezze, in cui risuonano le nostre sofferenze.
QUANDO “SENTIRSI BRUTTI” È ESPRESSIONE DI DOLORE
Non sentirsi belli è un'esperienza comune e non significa necessariamente vivere questo sentire come un problema; vi sono periodi passeggeri nella vita in cui ogni persona può vedersi “brutta” o poco piacevole, può sentirsi “stretta” dentro le sue stesse membra. Tutti possiamo attraversare momenti in cui un particolare del nostro corpo ci mette a disagio, o in cui vorremmo apparire diversi.
La questione cambia, però, quando la preoccupazione per il proprio aspetto occupa sempre più spazio nella giornata, condiziona le relazioni a casa o a lavoro, porta a evitare situazioni sociali o rende difficile vivere con serenità la propria quotidianità. Il punto non è semplicemente il presunto difetto, ma la sofferenza che emerge attorno ad esso, l’intensità e la costanza di questo dolore, che può arrivare a influenzare profondamente il modo di vivere della persona convinta in modo così potente di essere brutta da risultare incomprensibile dall'esterno.
IL PROBLEMA NON È SEMPRE CIÒ CHE VEDIAMO
Quando qualcosa del nostro aspetto non ci piace, la prima reazione può essere cercare di cambiarlo. A volte questo desiderio è semplice e non crea particolari difficoltà, anzi: spesso nemmeno si agisce in modo “definitivo”. In altre situazioni, però, la speranza è che modificando quel dettaglio radicalmente cambi anche il modo in cui ci sentiamo con noi stessi. È qui che nasce una domanda importante: se potessi davvero eliminare ciò che non mi piace, il problema scomparirebbe? Non sempre la risposta è così immediata.
Esattamente per questo motivo può essere utile spostare, almeno per un momento, lo sguardo dalla domanda cosa c'è che non va nel mio corpo? a un'altra domanda, forse più complessa: che cosa significa per me non riuscire a vedermi bello o bella?
Attraverso questo cambio di prospettiva, apriamo un orizzonte differente rispetto a quello dello sguardo verso l’aspetto fisico: possiamo dare un significato al sentire, che è molto più complesso ed articolato del fermarsi all’immagine allo specchio. Ci impone uno sforzo di conoscenza di sé, del proprio mondo interiore, e di quelli che possono essere i moti-vi interni che innestano ed alimentano la credenza e convinzione della propria bruttezza.
IMPARARE A GUARDARSI IN MODO DIVERSO
Sentirsi belli non significa convincersi di essere perfetti, né imparare ad apprezzare ogni singolo dettaglio del proprio corpo. Significa, prima di tutto, costruire uno sguardo su di sé che non sia costantemente alla ricerca di qualcosa da correggere. La nostra immagine ed il nostro corpo cambiano nel tempo – così come cambiano le nostre relazioni, il modo in cui ci sentiamo, così come possono cambiare anche le nostre scelte. Anche il rapporto con il proprio aspetto, quindi, può trasformarsi.
A volte questo percorso può iniziare da piccole domande: quanto tempo dedico a controllare ciò che non mi piace? Quanto il mio sentirmi adeguato dipende dal giudizio degli altri? Che cosa smetto di fare quando mi sento brutto o brutta? Cosa succederebbe se cominciassi a vedermi oggettivamente? Che cosa significherebbe per me accettare i difetti che vedo nella mia persona?
Interrogarsi su questi aspetti può aiutare a comprendere che il rapporto con la bellezza non riguarda soltanto ciò che vediamo, ma anche il significato che attribuiamo alla nostra immagine. E forse, qualche volta, il cambiamento più importante non consiste nel modificare ciò che vediamo nello specchio, ma nel cambiare lentamente il modo in cui impariamo a guardarci.
Ho voluto mettere a disposizione un mini workbook con qualche piccolo primo passo che ognuno di noi può mettere in pratica quotidianamente, al mattino appena svegli, alla sera prima di coricarsi, o in pausa pranzo: lo puoi trovare gratuitamente a questo link.
Bibliografia:
-
De Lisi D., Gebhardt E., Giorgini L., Raballo A. (2017). Dismorfofobia. Quando vedersi brutti è patologia. L'Asino d'oro edizioni.
Aggiungi commento
Commenti