Bello essere bravi, bello essere competenti. Impegnarsi, avere cura di ciò che facciamo, voler raggiungere un obiettivo: aspetti importanti e soddisfacenti anche della propria vita. Non è così? Il problema arriva quando, da qualche parte dentro di noi, fare bene smette di essere una possibilità e diventa un requisito per sentirci sufficientemente a posto.
Allora non basta più aver studiato: bisogna aver studiato più degli altri. Non basta fare un buon lavoro: bisogna farlo senza errore alcuno. Non basta essere una persona attenta: bisogna prevedere tutto, non dimenticare nulla, essere sempre disponibili, efficienti, preparati. E possibilmente anche sorridenti, grazie. Ecco che l’idea di perfezione non è più un concetto di direzionalità delle proprie azioni e scelte, ma diventa una specie di contratto invisibile: Se faccio tutto bene, allora andrà tutto bene. E soprattutto nessuno potrà criticarmi.
Peccato che questo contratto abbia una clausola piuttosto antipatica: non prevede mai il momento in cui hai finalmente fatto abbastanza.
E nessuno potrà criticarmi, tranne me stessa.
IL GENITORE CRITICO E QUELLA VOCE CHE NON È MAI COMPLETAMENTE SODDISFATTA
In Analisi Transazionale, come già visto in altri articoli che ho pubblicato precedentemente, descriviamo tre stati interni alla persona: Genitore, Adulto e Bambino. All'interno dello stato del Genitore possiamo riconoscere la componente che detta le regole, dà le indicazioni per svolgere le attività della vita, corregge, stabilisce ciò che è giusto o sbagliato, valuta dall’alto ed a priori. Talvolta, anche con una voce Critica.
Il Genitore, di per sé, non è il cattivo della storia. Anzi: ci serve. Ci aiuta a rispettare regole, assumere responsabilità, proteggerci dai pericoli e orientarci nella vita. Senza una parte capace di dirci Attenzione, questo potrebbe essere rischioso, probabilmente avremmo tutti fatto qualche scelta piuttosto discutibile – magari poi l’abbiamo fatta lo stesso, ma questa è un’altra storia.
La fatica emerge quando questa voce prende troppo spazio e diventa inflessibile: Dovevi fare meglio, Non dovevi commettere quell’errore, Tutti si accorgeranno di ciò che hai fatto, Avresti dovuto pensarci due volte.
Così arriva, pesante come un macigno, il giudizio terribile: quello che fai non è ancora abbastanza.
In questo modo la prestazione diventa un modo per cercare di ottenere approvazione e sicurezza. Ogni risultato positivo viene rapidamente archiviato come normale, mentre l'errore riceve un trattamento da evento internazionale, vivendo una continua valutazione. Proprio come se ci fosse sempre qualcuno che sta guardando.
E quel qualcuno, spesso, siamo noi.
QUANDO IL BISOGNO DI "FARE BENE" DIVENTA BISOGNO DI CONTROLLARE
Le modalità con cui ci rapportiamo a noi stessi, attraverso il nostro dialogo interno, per esempio, possono essere comprese anche alla luce delle esperienze interpersonali che abbiamo fatto e dei modi in cui abbiamo imparato a proteggerci, a ottenere ciò di cui avevamo bisogno e a gestire le reazioni degli altri.
Tenendo presente questa prospettiva, tipico della Terapia Ricostruttiva Interpersonale di Lorna Benjamin, altro modello cui faccio riferimento nella mia pratica clinica, possiamo aggiungere che, se abbiamo imparato a fare le cose “come si deve” e sentiamo che non possiamo scendere facilmente a compromessi, dentro di noi sarà molto difficile lasciare andare anche la voce critica che mantiene il controllo sulle nostre scelte. Così, ci ritroveremo a vivere non solo la critica interna, ma fare anche i conti con la forte necessità di controllare sé, le emozioni, i pensieri, magari ciò che accade intorno a noi e, talvolta, le altre persone.
Qui il tema della prestazione diventa particolarmente interessante. Perché più cerchiamo di controllare ciò che accade dentro e fuori di noi, più possiamo sentirci frustrati quando non ci riesce.
Così può crearsi un circolo molto faticoso: più ho bisogno che tutto sia sotto controllo, più mi irrito quando non lo è; più mi irrito, più sento il bisogno di controllare. E nel frattempo, la relazione con se stessi e quella con il mondo rischiano di diventare dei campi di battaglia.
DALLA PERFEZIONE ALLA POSSIBILITÀ DI ESSERE SÉ STESSI
Il punto non è convincerci che vada tutto bene o che non dobbiamo più impegnarci; né è necessario buttare via l'agenda, smettere di controllare la posta elettronica e partire per il Bhutan – per quanto a volte un’esperienza antitetica possa essere catartica.
Il cambiamento profondo parta da qualcosa di molto più piccolo e molto più concreto.
Possiamo iniziare a chiederci: Che cosa succederebbe se non facessi tutto perfettamente?
Oppure: Quanto del mio impegno nasce dal piacere di fare bene e quanto dalla paura di non essere abbastanza?
Sono domande semplici, ma non necessariamente facili.
Perché rinunciare ad essere perfetti significa anche rinunciare all’illusione di controllo. Significa accettare che possiamo sbagliare, che gli altri possono non approvarci, che qualcuno può essere deluso, che non tutto può essere previsto e che non possiamo controllare ciò che gli altri pensano di noi. Significa ritornare ad essere fallibili, ed essere fallibili fa paura.
Magari, nonostante quella paura, possiamo iniziare a distinguere la voce interna che ci sostiene da quella che ci tiene costantemente sotto esame. Il Genitore Critico può diventare meno severo, il nostro modo di stare nelle relazioni può diventare meno orientato al controllo e la prestazione può tornare a essere quello che dovrebbe essere: una parte della nostra vita, non il metro con cui misurare il nostro valore.
Forse non abbiamo bisogno di diventare persone migliori, più efficienti, più impeccabili. Forse abbiamo bisogno di poter essere persone che fanno del loro meglio senza dover dimostrare continuamente di meritare qualcosa.
E sì, qualche volta potremo sbagliare, faremo una figuraccia, dimenticheremo qualcosa, non saremo all'altezza delle aspettative di qualcuno. E il mondo, sorprendentemente, continuerà a girare.
Forse non perfettamente. Ma abbastanza.
Bibliografia:
- Benjamin, L. S. (2004). Terapia ricostruttiva interpersonale. Promuovere il cambiamento in coloro che non reagiscono. LAS Editore.
- Woolams, S., Brown, M. (2003). Analisi transazionale. Psicoterapia della persona e delle relazioni. Cittadella editrice.
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